Editoriale
Leggo in un comunicato del “Centro Studi Giuseppe Federici”: “Nel quinto volume della Storia Sociale della Chiesa così mons. Umberto Benigni introduceva il suo studio sulla figura di san Francesco d’Assisi: “La nostra penna non si è mai illusa di essere all’altezza di certe gloriose figure della storia cristiana, si sente ben meschina di fronte a lui. Ma è lui che l’ha animata per rievocarlo”.
Anch’io, ben più di mons. Benigni, grande storico e per di più umbro come Francesco, mi sento ben meschino di fronte a quel gran Santo, ma nel contempo spero che egli guidi anche la mia penna – nell’ottavo centenario della sua entrata in Cielo – per l’amore e la devozione che gli porto.
Ogni cristiano – per il suo battesimo – è “un altro Cristo”, e deve chiedere “intima conoscenza del Verbo incarnato per amarlo con più ardore e seguirlo con maggiore fedeltà” (Esercizi spirituali, seconda settimana), per l’imitazione, appunto, di Cristo. “Altro Cristo” è poi il sacerdote, che da Lui ha ricevuto il potere di consacrare il Suo Corpo e il Suo Sangue offrendo il Sacrificio del Nuovo Testamento, rinnovamento incruento di quello del Calvario, e ha anche ricevuto lo Spirito Santo per rimettere o trattenere i peccati: tutti conoscono il rispetto e la venerazione di san Francesco per il sacerdote, lui che era solo diacono, dovuto al suo amore adorante per l’Eucarestia. “Altro Cristo” è altresì il religioso, il quale seguendo i consigli evangelici, cammina sulle orme del suo Re e Maestro imitandolo nella povertà, nella castità e nell’obbedienza. In questo fu veramente e perfettamente “alter Christus” san Francesco, il quale visse il Vangelo alla lettera e sine glossa. Sul monte della Verna, Cristo crocifisso gli impresse le sacre stimmate per suggellare questa impressionante e perfetta somiglianza tra san Francesco e il suo Signore. Ma proprio come Cristo, così la figura di san Francesco è orrendamente sfigurata, come già faceva notare lo stesso mons. Benigni: quello che i modernisti facevano di Cristo, lo fece il loro amico: “il tristo protestante razionalista Paolo Sabatier che del «Franciscus vir catholicus» volle fare un vago spiritualista, panteista, buddista occidentale. È vero che se allo Stimmatizzato han fatto questo, al suo crocifisso han fato ben peggio; ed anche in questo l’estatico della Verna segue la passione postuma del divino Maestro”. Il Cantico delle Creature non esalta tanto il Creato quanto il Creatore, la cui Bontà egli vede riflessa nel mondo creato. Dalle creature e dalla loro bellezza si eleva al Creatore, invitando al perdono, alla pazienza, ad abbracciare la croce, per concludere parlando dei fini ultimi, così ostici all’uomo moderno e alla nuova religione: “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali. Beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male”. San Francesco è veramente il “vir catholicus, totus apostolicus” che si oppone all’eresia catara e manichea, la quale attribuisce a un dio maligno l’opera della creazione, e quindi come conseguenza rigetta la stessa Incarnazione, la maternità divina di Maria, l’Eucarestia, la Passione, i sacramenti, la Chiesa… Quella Chiesa che san Francesco è chiamato a restaurare dalla voce del Crocefisso di San Damiano, ricevendo la conferma della sua missione dalle più splendide figure del Papato medioevale: Innocenzo III, Onorio III e Gregorio IX (il suo amico Ugolino, dei Conti di Segni). Anche con la fondazione del Terz’Ordine, indicato da Leone XIII come grande mezzo per la restaurazione della società cristiana, san Francesco fu “il fondatore di un movimento di Penitenza, largo ed universale, per il monaco penitente, per il monaco missionario, per il prete secolare, per il laico; ce n’è per tutti, da Antonio di Padova a Luigi IX, da Chiara d’Assisi a Elisabetta d’Ungheria, da questi grandi ad una infinita schiera di frati, di monache, di terziari, oltre le sempre più numerose congregazioni che aspirano al suo nome. Ecco perché il francescanesimo fu sin da principio la barriera che sorgeva, come per incanto, di fronte alla eresia ed alla demagogia che se ne mascherava, in ogni angolo d’Occidente. Ecco l’innumerevole sciamare di falangi apostoliche, attraverso città, villaggi e campagne, a seminare «fraternamente» la parola e l’esempio per ricondurre i sedotti dalle stravaganze pseudomistiche e dai pregiudizi e odi anticristiani ed antisociali, verso un ideale umile ed efficiente di vita pura e modesta, tranquilla e sopportante per amor di Dio.
Fortissima, benemeritissima fu, come presto vedremo, l’opera di Domenico e de’ suoi frati predicatori, specializzati presto nella lotta dottrinale ed inquisitoriale, dove furono sommi: ma dal punto di vista globale che ci occupa – la difesa contro l’assalto eversivo della società – il francescanesimo occupa il fronte della battaglia, e vi resta tutt’oggi, più d’altri, perché lo spirito francescano scese al più profondo dell’anima, dei bisogni e delle miserie di questa; onde arrivò ed arriva in quel sottosuolo spirituale che è sempre lo stesso, attraverso i secoli, le epoche, le loro crisi” (mons. Benigni). Se il francescanesimo fu inquinato poi dai “fraticelli” e dagli “spirituali”, questo non si deve a san Francesco, quanto alla mala pianta del falso profetismo di Gioachino da Fiore, che i grandi Santi francescani, come san Bonaventura o san Giovanni da Capistrano sempre efficacemente combatterono. Per questo la tradizione racconta dell’incontro e dell’abbraccio fraterno, in quel di Roma, di san Francesco e san Domenico. Trattando della “spinta eversiva della crisi medioevale”, mons. Benigni scrive: “bisogna concludere che le dune più resistenti alla torbida e impetuosa marea furono il francescanesimo e il domenicanesimo come Ordini, e l’Inquisizione colla Crociata” (alludendo a quella contro gli Albigesi: realismo ‘benignesco’!). Per questo, mons. Benigni ben a ragione li unisce nella sua lode: “Nel gran quadro storico, Francesco e Domenico splendono come un radioso dittico, che i loro figli hanno dimenticato qualche volta nella sovreccitazione delle lotte di scuola. Ma resta sempre, vera e luminosa, l’antifona cantata dai due ordini: ‘il cherubico Domenico ed il serafico Francesco c’insegnarono la legge tua, Signore!’”.
Concludo citando in intero la bella prima antifona dei Vespri della festa di san Francesco: “Franciscus vir catholicus, et totus apostolicus, Ecclesiæ teneri fidem Romanæ docuit, presbyterosque monuit præ cunctis revereri”. E come la Chiesa ci fa chiedere nell’orazione della Santa Messa, che questo anno francescano ci dia per grazia del Signore Crocefisso e per intercessione della Sua Santissima Madre, imitando il Santo d’Assisi, di “terrena despicere et cælestium donorum semper particitatione gaudere”. Pax et Bonum!
Don Francesco Ricossa