Venerdì Santo: canto per la Via Crucis

Canto per la Via Crucis di s. Leonardo da Porto Maurizio

Gesuortaromanino

Con te vorrei, Signore

Con te vorrei, Signore,
oggi portar la Croce;
nel tuo dolor atroce
io ti vorrei seguir. x2

Ma sono infermo e stanco
donami deh coraggio,
acciò nel mesto viaggio
non m’abbia da smarrir x2

Tu col divin tuo sangue
vieni segnando i passi,
ed io laverò quei sassi
con molto lacrimar.

Nè temerò smarrirmi
Pel monte del dolore
Quando il tuo santo amore
M’insegni a camminar

I – Se il mio Signor diletto
A morte hai condannato
Spiegami almen, Pilato,
Qual fosse il suo fallir.

Ché se poi l’innocenza
Colpa da te si appella
Per colpa così bella
Potessi anch’io morir.

II – Chi porta il suo supplizio
So che ne appar ben degno,
So che la pena è segno
Di già commesso error.

Ma se Gesù si vede
Di croce caricato
Paga l’altrui peccato
Sol per immenso amor.

III – Chi porta in pugno il mondo
A terra è già caduto,
Né gli si porge aiuto:
Oh! Ciel che crudeltà.

Se cade l’uomo ingrato
Tosto Gesù il conforta,
per Gesù solo è morta
Al mondo ogni pietà.

IV – Sento l’amaro pianto
Della dolente Madre,
Che gira tra le squadre
In traccia del suo Ben.

Sento l’amato Figlio
Che dice: Madre, addio;
Più fier del dolor mio
Il Tuo mi passa il sen.

V – Se di tue crude pene
Son io, Signore il reo,
non deve il Cireneo
la Croce tua portar.

S’io sol potei per tutti
Di croce caricarti,
Potrò, nell’aiutarti,
Per uno sol bastar.

VI – Sì vago è nel tormento
Il volto del mio Bene
Che quasi a me diviene
Amabile il dolor.

In cielo che sarai
Se in rozzo velo impresso,
Da tante pene oppresso,
Spiri sì dolce amor?

VII – Sotto i pesanti colpi
Della ribalda scorta,
Un nuovo inciampo ahi! porta
A terra il mio Signor.

Più teneri dei cuori
Siate voi, duri sassi,
Né più ingombrate i passi
Al vostro Creator.

VIII – Figlie non più su queste
Piaghe che porto impresse
Sui figli e su voi stesse
V’invito a lacrimar.

Serbate il vostro pianto
O sconsolate donne
Per quando l’empia Sionne
Vedrete rovinar.

IX – L’ispido monte mira
Il Redentor languente,
E sa che inutilmente
Per molti ha da salir.

Quest’orrido pensiero
Sì al vivo il cor gli tocca,
Che languido trabocca,
E sentesi morir.

X – Mai l’arca del Signore
Del vel si vide senza
Ed ora il Dio della potenza
Si vede e senza vel?

Se dell’Uom-Dio le membra
Or ricoprir non sanno,
Dite, mio Dio, che fanno
I serafini in ciel?

XI – Vedo sul duro tronco
Disteso il mio diletto,
E il primo colpo aspetto
Dall’empia crudeltà.

Quelle divine mani,
Che al tornio sembran fatte,
Ahi! Che il martel le batte
Senz’ombra di pietà.

XII – Veder l’orrenda morte
Del suo Signor non vuole,
Onde si copre il sole
E mostra il suo dolor.

Trema commosso il mondo,
Il sacro vel si spezza;
Piangon per tenerezza
I duri marmi ancor.

XIII – Tolto di croce il Figlio
L’avide braccia stende
L’afflitta Madre e prende
In grembo il morto ben.

Versa per gli occhi il core
In lacrime disciolto,
Bacia quel freddo volto
E se lo stringe al sen.

XIV – Tomba, che chiudi in seno
Il mio Signor già morto,
Sin ch’ Ei non sia risorto
Non partirò da te.

Alla spietata morte
Allor dirò con gloria:
Dov’è la tua vittoria,
il tuo poter dov’è?

 

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