Il problema dell’“una cum”: un caso di coscienza (Sodalitium n. 43)

Il problema dell’“una cum”: un caso di coscienza

(estratto da Sodalitium n. 43, aprile maggio 1996)

Abbiamo ricevuto in redazione una lettera che, per l’importanza del quesito che pone, merita di essere pubblicata con una adeguata risposta. Se i nostri lettori desiderano sottoporre alla rivista altre domande interessanti, sulla fede o la morale, saremo lieti di rispondere, nei limiti delle possibilità offerte dal nostro bollettino.

Sodalitium

 

“Spettabile redazione di Sodalitium,

ho letto con attenzione la “Nota liturgica sull’Una Cum…” (pubblicato sul numero 36 della vostra rivista) e devo dire che mi è sembrato convincente: se Giovanni Paolo II non è Papa formaliter, come dite voi, non si può celebrare la Messa (o assistere alla Messa celebrata) in unione con lui. Mi resta però un dubbio, al quale non sono capace di dare una risposta: spero che voi possiate dirmi qualche cosa al riguardo…

Non è un mistero per nessuno che molti sacerdoti, che ufficialmente riconoscono la legittimità di Giovanni Paolo II, in realtà sono di tutt’altro parere, e non citano il suo nome nel canone della Messa. ciò è frequente soprattutto tra i sacerdoti di Mons. Lefebvre, che non possono manifestare pubblicamente la loro opinione senza avere dei problemi con i superiori. In questo caso, la Messa è celebrata “non una cum”: Si può assistere senza scrupolo di coscienza alle loro Messe? Cosa ne pensa il vostro Istituto? Sinceramente, in questo caso, non riesco a vedere la differenza che c’è tra queste Messe e quelle celebrate da voi!

Il problema, per me, non è solo teorico, perchè, per motivi di famiglia, mi risulta molto più facile assistere a una Messa di questo tipo…

Nell’attesa di una vostra gradita risposta, vogliate gradire i miei più cordiali saluti.”

Lettera firmata.

 

Risposta di Sodalitium al nostro lettore (ed a tutti i lettori interessati)

 

Mi felicito innanzitutto con Lei per il suo accordo, in linea di principio, sulla questione dell’una cum. Questo mi eviterà di ritornare sui termini del problema, sui quali lei si dichiara convinto; se altri lettori, invece, non ne fossero a conoscenza, li invito a riportarsi all’articolo citato.

Prima di rispondere alla sua domanda, è necessario fare (o ricordare) alcune precisazioni. Dalla sua lettera sembra quasi che si tratti di una questione personale tra noi e gli altri sacerdoti che, pur celebrando la Santa Messa con il rito romano promulgato da San Pio V, si dicono, nel canone della Messa, in comunione con Giovanni Paolo II. Lei mi permette di precisare, se mai ce ne fosse bisogno, che non si tratta di una questione personale, ma dottrinale. Da un lato, non ci sogniamo neppure di giudicare le coscienze o negare l’eventuale buona fede dei sacerdoti che credono di fare bene (sbagliando) nel citare l’una cum. D’altro canto, non pretendiamo certo di essere i soli a celebrare la Messa senza nominare come Sommo Pontefice Giovanni Paolo II. Come Lei stesso scrive sono in tanti (parliamo del suo paese, la Francia; purtroppo in Italia la situazione è ben peggiore) a farlo, e non pretendiamo certamente di avere un monopolio in materia! Anzi, volesse il Cielo che fossero sempre di più le Messe ed i sacerdoti coerenti su questo punto così importante…

Detto questo, Le dò la mia risposta, che forse la deluderà: no, il caso dei sacerdoti che occultamente non citano Giovanni Paolo II nel canone della Messa, non è sostanzialmente diverso, all’atto pratico, da quello di coloro che lo citano. In altre parole, il loro atteggiamento non è lecito, ed i fedeli che si rendono conto di questo problema devono astenersi dall’assistere alle loro celebrazioni, soprattutto se vi assistono in maniera attiva.

Naturalmente, Lei desidera sapere anche il perché di questa risposta, che, me ne rendo conto, non è per nulla evidente.

Anche qui, è necessario premettere una doverosa precisazione. La semplice omissione del nome di Giovanni Paolo II nel Te igitur non è, di per sé, garanzia di ortodossia! (Addirittura, se – dico bene: “se” – Giovanni Paolo II fosse o divenisse formalmente Papa, sarebbe un atto scismatico). In effetti, molti eretici e scismatici separatisi dalla Chiesa cattolica (ad esempio, gli orientali cosiddetti “ortodossi”) non citano il nome di Giovanni Paolo II nella loro liturgia, ma per dei motivi opposti ai nostri (perché, non riconoscono il primato di Pietro). Per poter assistere ad una Messa, anche se celebrata non una cum, occorre che sia officiata da un sacerdote cattolico.

Mi dirà che i sacerdoti di cui si parla nel caso da lei sollevato sono cattolici, e non certo “ortodossi”. Ammettiamo questa ipotesi. Resta il problema, innanzitutto, del loro grave comportamento. Approfittando del fatto che il canone della Messa è recitato a voce bassa, essi omettono il nome di Giovanni Paolo II, mentre i loro superiori e la maggioranza dei loro fedeli crede il contrario. Si tratta, dunque, di un inganno. Di più. Questi sacerdoti mancano al dovere, che è di diritto divino, di manifestare la propria fede; ora, la legittimità o meno di un Pontefice è un fatto dogmatico che implica il riconoscimento, o meno, del magistero di tale persona come regola vivente e prossima della nostra fede. Sostenerli in questo modo di agire significa cooperare al male che essi commettono, il che non è lecito senza un motivo proporzionatamente grave.

Quindi, almeno in certi casi è lecito? No. E questo in virtù di altre considerazioni. Finora, abbiamo dato per scontato che questi sacerdoti sono, in realtà, non una cum. Bene. Ma chi ce lo assicura che essi non sono “una cum” se essi non ne parlano mai? Anzi, non solo non lo dicono, ma dicono esplicitamente il contrario! Nel caso dei sacerdoti della Fraternità San Pio X, ad esempio (ma il caso vale anche, e non è puramente ipotetico, per alcuni che hanno chiesto ed ottenuto l’“indulto”) essi, pur non nominando Giovanni Paolo II al canone, hanno fatto solenne promessa o giuramento di comportarsi nella maniera opposta. Ufficialmente, pertanto, per il solo fatto che si tratta di un sacerdote della Fraternità San Pio X, ad esempio, si deve presumere che egli sia fedele alla linea della Fraternità stessa, alle ingiunzioni dei suoi superiori ed alle promese fatte; anche solo supporre il contrario equivale a trattare detto sacerdote da mentitore e bugiardo. Ma, mi dirà lei, sono essi stessi che implicitamente si qualificano tali, quando mi dicono privatamente (o mi lasciano capire) di non essere una cum Joanne Paolo. Appunto: come si può credere ad un bugiardo confesso? Questo sacerdote ammette con lei di mentire ai suoi superiori ed alla maggioranza dei suoi fedeli; come essere sicuri che non menta anche a lei (magari per avere… un fedele in più?). Ancora una volta, dobbiamo presumere che egli sia… ciò che dichiara ufficialmente di essere: ovvero, in comunione con Giovanni Paolo II (che, normalmente, gli proibisce di celebrare la Messa e lo dichiara scomunicato! Ma questo è un altro discorso, ed un’altra incoerenza). Molte volte, d’altra parte, è davvero così, poiché il sacerdote in questione è realmente una cum (si trattava solo di voci, e non sempre innocenti). Altre volte non è così, ma il problema resta.

Un’ultima obiezione: che dire, nel caso in cui io ho la certezza morale che, in realtà, detto sacerdote non è una cum (malgrado le apparenze). Anche in questo caso, resta un problema, e non solo per l’incoraggiamento che si dà a una forma inaccettabile di nicomedismo (direi quasi di “marranesimo”), poiché la cooperazione materiale al male altrui non può essere lecita se non per gravi motivi. Può essere lecita a condizione però di evitare lo scandalo (che è un peccato contro la carità, che induce gli altri al peccato). Dato che, per definizione, questo ipotetico sacerdote è non una cum solo in occulto, la maggior parte delle persone ignora la sua posizione, ed è anzi convinta del contrario. VedendoLa assistere alla sua Messa, si convinceranno che è lecito assistere alla Messa una cum, ignorando che in realtà quella Messa è – occultamente – non una cum. Tanto più Lei è conosciuto e stimato per le sue opinioni, tanto più Lei corre il rischio di dare scandalo; a fortiori se al suo posto ci fosse un religioso, una religiosa, un sacerdote o addirittura una intera comunità nota per opporsi alla Messa una cum… Come vede, sono ben rari i casi in cui il fattore-scandalo non interviene e in cui ci sono gravissimi motivi per cooperare all’atteggiamento di per sé oggettivamente cattivo di questi sacerdoti. Sacerdoti che, sotto tanti punti di vista, sono meno scusabili dei loro confratelli i quali, in buona fede, credono che Giovanni Paolo II sia formalmente Papa e, conseguentemente, lo citano nel canone (questi ultimi dovrebbero però logicamente astenersi dal celebrare la Messa tradizionale senza indulto, perché altrimenti come possono scusarsi dal fatto che disobbediscono al Papa in materia grave, qual’è senza dubbio il rito della celebrazione della Messa?).

Non voglio negare, lo ripeto, che in molti casi sacerdoti e fedeli… non sanno quello che fanno! Dio solo giudica i cuori… La mia risposta, forse poco gradita ma perlomeno franca (più franca di quei sacerdoti di cui mi parla) riguarda solo il problema oggettivo di chi, come Lei, ammette il principio secondo il quale Giovanni Paolo II è solo materialmente, ma non formalmente Papa. Dio le conceda la virtù di forza, per essere coerente testimone della sua fede in tutte le circostanze della vita.

Il direttore

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