L’elemosina della Messa

L’elemosina della Messa, di don Ugo Carandino (Sodalitium n. 60, febbraio 2007)

L’Enciclopedia Cattolica (EC) alla voce “elemosina” spiega che “…una particolare specie di elemosina è quella che viene corrisposta per la celebrazione o l’applicazione di Messe. Essa viene anche designata in linguaggio tecnico con il termine di stipendium (…). Tale terminologia, si riattacca all’uso latino di denominare stipendium ciò che si dava ad ogni soldato per il mantenimento, donde poi la qualifica di stipendio a tutto ciò che i ministri dell’altare avessero per il mantenimento…”.

Il redattore dell’EC cita l’insegnamento dell’Apostolo san Paolo, il quale scrive: “Non sapete che coloro che celebrano il culto traggono il vitto dal culto, e coloro che attendono all’altare hanno parte dell’altare? Così anche il Signore ha disposto che quelli che annunziano il vangelo vivano del vangelo”. (I Cor, 9, 13- 14). Questo serve, continua l’EC, a “porre in luce l’elemento giustificativo della prestazione di cui si tratta. Elemento che si identifica nello scopo di procurare al celebrante un mezzo di sostentamento”. Infatti l’insegnamento paolino (“Coloro che attendono all’altare hanno parte dell’altare”) precisa il motivo per cui il sacerdote percepisce un’elemosina (lo stipendium) legata all’intenzione particolare per la quale la Messa viene celebrata.

L’origine di questa pratica è antichissima. Il card. Schuster, nel suo monumentale Liber Sacramentorum, parla della consuetudine, diffusa nelle prime comunità di cristiani, di offrire al celebrante dei doni in natura necessari, oltre che per il santo sacrificio, anche per l’aiuto ai poveri e per il mantenimento del clero.

“Nei secoli posteriori – spiega l’insigne liturgista – questa disciplina primitiva fu sostituita dall’uso di offrire al celebrante delle offerte in danaro, la cosiddetta elemosina per la messa. Sarà bene che i fedeli comprendano tutta l’importanza che deve avere questa loro contribuzione personale a sostenere le spese di culto, che la concepiscano, non già come un rito di devozione funebre in caso di morte di qualcuno dei loro cari, ma come una parte dei loro doveri di cristiani, e come una conseguenza del precetto imposto già da Dio agli Israeliti di concorrere colle loro offerte alle spese cultuali del Tempio, ed al mantenimento dei ministri del santuario” (Card. A. L. Schuster, osb, Liber Sacramentorum, vol. IV, Casa Editrice Marietti, Torino-Roma 1930, pagg. 117-118).

La prassi dell’elemosina data al sacerdote affinché la celebrazione della Messa sia legata a un determinato scopo, risale al II secolo e si diffuse in tutta la Chiesa nell’epoca medioevale. Il Diritto Canonico tratta della materia e regola l’accettazione, l’amministrazione e l’utilizzo delle elemosine relative alle intenzioni per la Messa.

L’intenzione particolare richiesta al celebrante può essere relativa: al suffragio di uno o più defunti; al bisogno spirituale o temporale di un vivente (la conversione, la guarigione, il buon esito di un esame, una grazia particolare, ecc.); alle intenzioni generali della Chiesa, come la perseveranza dei consacrati, le vocazioni, la conversione degli infedeli, ecc. Si possono inoltre far celebrare delle Messe in onore delle Tre Persone della SS. Trinità, della Santa Vergine, degli Angeli e dei Santi.

L’intenzione inoltre può riguardare la celebrazione di una sola Messa oppure la celebrazione consecutiva di più Messe: un triduo (tre Messe), una novena (nove Messe) oppure un ciclo di Messe gregoriane (trenta Messe per l’anima di un defunto).
È vietato celebrare una Messa cumulando più intenzioni ricevute da donatori diversi, mentre un unico donatore può richiedere, come abbiamo già accennato, un’unica intenzione applicabile a più defunti o viventi.

Sarebbe auspicabile far celebrare delle Messe in suffragio dei propri defunti almeno nell’anniversario della morte. Lodevolmente alcuni fedeli richiedono l’applicazione dell’intenzione della Messa per le anime del Purgatorio più abbandonate. Fino a pochi decenni fa, la richiesta delle Messe era una pratica profondamente radicata tra i fedeli. Oggi rischia di perdersi soprattutto tra le nuove generazioni di cattolici, alle quali spesso viene a mancare la trasmissione diretta di usi e costumi cristiani. Infatti, la conversione permette di abbracciare le principali verità della Fede, ma è necessario acquisire una serie di elementi secondari (come l’elemosina delle Messe) che la scristianizzazione generale non ha permesso di conoscere e quindi di praticare precedentemente.

Evidentemente la pratica dell’elemosina della Messa non si deve confondere con la simonia, cioè la vendita di cose sacre. A tale proposito l’EC è chiara: l’elemosina è un mezzo di sostentamento al clero “restando escluso ogni concetto di pagamento di prezzo e tanto meno di controvalore pecuniario del sacrificio celebrato o applicato”.

Il fedele deve inoltre sapere la differenza che passa tra le diverse forme di elemosina. Mentre le elemosine raccolte attraverso la questua rappresentano un aiuto che va alla parrocchia o alla congregazione (nel nostro caso all’Istituto a cui apparteniamo), le elemosine legate alla richiesta di celebrazione della Messa rappresentano l’unico sostentamento personale del sacerdote.

Non sempre i fedeli percepiscono chiaramente le gravose esigenze materiali legate all’esistenza e al mantenimento di un’opera sacerdotale. Il card. Schuster, nelle sue considerazioni sull’elemosina, tratta- va anche questo aspetto e si rivolgeva direttamente al senso di responsabilità dei figli della Chiesa: “Quest’obbligo oggi diviene più doveroso e grave, dacchè i governi liberali hanno confiscato quasi tutte le rendite ecclesiastiche, riducendo la Chiesa non dirò già semplicemente a mantenersi, ma a sostenere ancora tutte le sue numerosissime istituzioni di beneficenze, di propaganda ecc. colle sole elemosine dei suoi figli”.

L’elemosina della Messa permette così di praticare la carità e la giustizia nei confronti del celebrante (sostentamento del clero) e di colui per il quale la Messa viene offerta (ad es. il suffragio dei defunti).
È quindi auspicabile che questa antichissima consuetudine ritorni ad essere praticata dal popolo cristiano.
“Non ti accorgi che hai perso quello che non hai dato?” (S. Agostino).

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