La genuina figura di San Francesco d’Assisi

Il Comitato centrale dei festeggiamenti per solennizzare il settimo centenario della morte di S. Francesco stabilì, che il ciclo delle feste venga iniziato il 2 Agosto 1926 per chiudersi nel 2 Agosto dell’anno successivo. Tutto il mondo che a guisa di preludio aveva già espresso in alcune parti e sotto svariate forme il suo grande amore al Poverello, ha raccolto l’annunzio e l’invito con gioia, cogliendo a gloria l’occasione per tributare omaggi al grande Patriarca dei Minori. Poeti, Oratori, Letterati, Giornalisti, Artisti, Legislatori, Naturalisti, Razionalisti e Protestanti si sono dati subito ad un gran fare per studiare l’indole, la psicologia, la vita, gli aneddoti di quest’uomo meraviglioso che da sette secoli occupa le menti, creandosi attorno una fioritura letteraria che mai creatura ebbe l’uguale, conosciuta sotto il nome di Francescanesimo.

Chi lo esalta come il primo poeta d’ Italia, chi lo dice un giullare, chi un allevatore di uccelli e domatore di lupi. Altri lo vogliono un naturalista, alcuni lo dipingono come un penitente pieno di austerità, alcuni lo fanno asceta fino alla follia. Non manca neppure chi lo voglia socialista, rivoluzionario, protestante, ribelle all’Autorità della Chiesa.

Un altissimo Personaggio, il 25 Febbraio di quest’anno di grazia 1926, parlando con lo scrivente di S. Francesco, raccontava lepidamente il giudizio dato dal non sospettabile Gaetano Negri su di una Vita del Santo uscita allora, e che credevasi fosse il non plus ultra di quanto si poteva dire del Poverello, la quale vita mandò in giolito massoni, anticlericali e perfino cristianelli all’acqua di rose. Ecco il giudizio del Negri : «Si è diviso S. Francesco in due parti ; della prima se n’è fatto un pazzo; la seconda è stata suddivisa in due : con la prima si è creato un ribelle, con la seconda un rivoluzionario». «Giudizio severo ma giusto, soggiungeva l’Altissimo Personaggio, perchè Francesco d’Assisi è quello che è perchè Santo, e se tale non fosse, nè per noi nè per gli altri sarebbe S. Francesco d’Assisi».

Senza dubbio egli fu un grande riformatore, forse il primo dopo la venuta di Gesù Cristo, che non volle ristretti i suoi principi nei confini della sua patria, che pure amava tanto, ma essendo anima schiva di riposo e pervasa dall’ansia di prodigarsi, corrispondendo ciò ai caratteri della carità, della santità e dell’apostolato, estese le sue benemerenze a quanti chiamano Dio col nome di Padre, e volle che l’opera sua riformatrice fosse continuata perennemente dagl’innumerevoli suoi figli dei tre Ordini da lui fondati, emulando essi per primi, la carità, lo zelo, la santità del Padre. 

La Croce fu il vessillo innalzato da Francesco per chiamare gli uomini a raccolta, la Croce che predicata da Lui, doveva far conoscere l’insensata cura dei mortali ed i suoi difettosi sillogismi, spingendo tutti ad abbracciarla perchè in essa elevandosi dalla bassezza della materia alle altezze dello spirito avrebbero gli uomini trovata la povertà, la quale elevando l’uomo sopra le cupidigie dei beni della terra, che determinano lo scadimento morale dei popoli, li avrebbe condotti alla vita soprannaturale, a Cristo, centro di pace e di felicità.

Ma per giungere a questa sublime altezza che divinizza l’uomo perchè lo fa vivere della vita di Cristo, Francesco dovette spogliare in sè quanto vi era di umano, gli fu necessario annichilare la natura umana per partecipare della divina, come a Gesù Cristo fu necessario abbassare la natura divina per elevare l’umana onde divinizzare l’uomo. Cristo giunse a questo divin risultato con una serie continua di umiliazioni e disprezzi, e Francesco vi arrivò con l’esercizio costante di mortificare le proprie passioni, sia del corpo, sia dell’anima, con l’esercizio dell’umiltà, reputandosi avanti gli uomini e più dinnanzi a Dio, come un vermiciattolo per cui invocava in carità dal compagno di cal-pestarlo, additandolo al mondo come l’essere il più spregevole. 

In tal modo la grazia potè esplicare completamente nel Poverello la sua divina azione, e trasformandolo lo trasumanò, lo immerse in Cristo, che dardeggiando d’amore il cuore di Francesco, questi se ne sentiva così penetrato in ogni più intima fibra da essere pervaso di tali fiamme d’amore da fargli sovente esclamare: In foco amor mi mise! In foco amor mi mise!

Compreso da questo gaudio generatogli dalla carità verso Dio, che al pari di fiamma cercava sempre di apprendersi ad altri per parteciparne l’attività, Francesco con limpida visione abbraccia tutte le creature, gli atomi della terra, l’acqua, il fuoco, il vento, la luna, il sole, la morte, e tutte le invita a lodare il Signore con i primi vagiti di quella lingua.

Ammirava Francesco le creature perchè vedeva risplendere in esse un raggio di qualche perfezione divina ; le amava perchè gli servivano come di scala per salire al Creatore. Non era pertanto un naturalista che considera le creature come termine ; il Poverello le riguardava come mezzo per accendersi di più forte amore, scorgendovi la diffusiva Bontà di Dio nell’averle create, la sovrana Provvidenza nel conservarle a manifestazione della sua Onnipotenza e a servizio dell’uomo affinchè fosse fedele al suo Signore. Di qui quei suoi entusiasmi, i quali anzichè essere espressioni di un esaltato, erano invece trasporti di un’anima cosciente e grata che inneggia e benedice il Creatore ed invita a fare altrettanto le creature e gli stessi animali irragionevoli e feroci, i quali, deposta la naturale ferocia, gli erano docili compagni ed amici, come lo furono all’uomo nello stato di grazia, cioè prima della colpa. 

All’amore di Dio congiungeva inséparabilmente quello per il prossimo, attuandolo nella carità e nella beneficenza, che consiste nella comunicazione dei beni. La maggior parte dei moderni francescanofili esalta quasi unicamente l’altruismo di Francesco, ne ricorda il bacio dato al lebbroso, la prodigalità nel dare ai poveri le ricche pezze di panno sottratte al negozio paterno, quel suo andare limosinando per distribuirlo poi ai miserabili, e si riempie d’entusiasmo quando lo vede spogliarsi del lacero abito per coprirne un mendico intirizzito dal freddo. Senza dubbio sono atti magnanimi e generosi, sono benemerenze proprie della santità e dell’apostolato di Francesco, mantenute nei suoi figli e seguaci in forme svariate a seconda delle esigenze dei tempi e delle persone. Ma queste benemerenze non sono che secondarie da non confondersi con le principali ed essenziali, le quali consistono principalmente nella comunicazione dei beni soprannaturali.

E questa fu la principale crociata del Poverello, la restaurazione e la propagazione del regno di Dio nella società del suo tempo, la quale, come la società d’oggi, si era allontanata per tempeste di odi, per divisioni interne, per guerre esterne. La pace e la felicità – pax et bonum, – bandita dall’ Araldo del gran Re non consisteva nel possesso dei beni materiali, nella sopraffazione degli uni sugli altri, nello sfruttamento fra popoli e popoli, nel far sottentrare alla forza del diritto il diritto della forza, sì bene consisteva nella guerra ai vizi ed agli errori, nel ristabilire la pace fra l’uomo e Dio, fra il Creato ed il Creatore ; consisteva nel far rivivere con parola ispirata quella dolce armonia, ch’ è figlia di schietta carità e di amore veramente sociale e divino.

Il rinnovamento interiore dell’individuo, come fu il fondamento della propria vita, così fu la base ed il fine della predicazione di Francesco e delle sue dottrine svoltesi specialmente nella società per mezzo del Terz’Ordine da lui fondato. Chi considera il Santo solo nell’azione esteriore della società, mostra di non conoscerlo perchè ne considera soltanto gli effetti senza assorgere alla causa, che fu il risanamento interiore, il quale riformando i costumi produsse il benessere sociale e civile, e perchè egli tutto faceva procedere da Dio e dalla divina grazia, così è facile comprendere, dice Benedetto XV, quanto profondamente abbia scosso le moltitudini e quale rinnovamento salutare abbia operato tra esse.

Così è del suo ascetismo che non consiste già in vuote aspirazioni e dislinquimenti, ma era frutto di penitenza e di amore. Ed è un profanarne la memoria e calpestarne il nome il parodiare la nomenclatura francescana e quindi cristiana, quando si vuol mascherare i propri atti, che non sono davvero nè cristiani, nè francescani, come non ha guari fece un singolare eremita attorniato di lusso e di liete compagnie, al quale si può dare solamente per attenuante, la sconfinata vanagloria vagante nel rammollimento delle materie cerebrali. 

Pari all’amore di Dio e del prossimo era in Francesco quello per la Chiesa Romana e al Sommo Pontefice, al quale fin dal primo Capitolo della sua Regola legò perennemente sè ed il suo Ordine. E non soltanto al Sommo Pontefice giurò obbedienza e riverenza, ma chiese ed ottenne un Cardinale per l’Ordine, il quale non doveva essere solo Protettore, ma per il continuo contatto col Sommo Gerarca ne potesse indagare i desideri ch’egli e i suoi Frati li avrebbero eseguiti con esultanza e gioia, tenendo egli ad essere cattolico, apostolico, romano in tutta l’estensione e con la massima intensità, essendo questo il vero carattere della santità; sentire con Roma, vivere di Roma come un ramo vive della vita del tronco. Anzi il pensiero della romanità e della soggezione alla Chiesa gli era talmente a cuore, che non pago di averlo comandato in vari punti della Regola lo volle ripetere nel Testamento inculcandolo ai suoi Frati come onore ed obbligo dal quale mai e a qualunque costo si sarebbero dovuti allontanare.

Ogni atto della sua vita conformò a questa regola, non osò pubblicare le sue leggi se prima non ne avesse ottenuta la conferma dal Papa ; non bandì la celebre Indulgenza del Perdono, concessagli direttamente da Gesù Cristo, se prima non l’avesse ratificata Innocenzo III ; non intraprese il ministero della predicazione senza averne ottenuta la benedizione del Papa.

E’ pertanto il massimo degli oltraggi il dire S. Francesco ribelle o meno ossequiente al Pontificato, è snaturarlo, perchè, come soggiunge Benedetto XV: quel personaggio di Assisi d’invenzione prettamente modernista che oggi si vuole presentare come non troppo ossequente a questa Sede Apostolica e quasi un campione di vago e vaporoso ascetismo, non si può davvero chiamare nè Francesco d’Assisi, né Santo.

Nella celebrazione di questo grande centenario, se vogliamo essere veri suoi ammiratori e figli, dobbiamo difenderne l’onore, la santità, dobbiamo liberarlo da quella pioggia di fiori di cui vorrebbero inghirlandarlo per nasconderne lo spirito vero, ch’era d’imitare Gesù Cristo per quanto è dato a creatura, dobbiamo difenderlo da quei falsi principi che gli si vorrebbero attribuire per giustificare la propria malcondotta, perchè il nostro serafico Padre fu sapiente della stoltezza della Croce e perciò fu grande e Santo. 

Da: Almanacco di Terra Santa per 1927, pagg. 9 – 13.

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