Consacrare dei Vescovi?

Il 27 febbraio ricorrono i trent’anni dalla morte di Mons. Guérard des Lauriers. Per onorare la memoria del grande teologo domenicano, e per fare cosa gradita ai nostri lettori, pubblichiamo questo articolo sulla legittimità delle consacrazioni episcopali, scritto che ritorna in modo particolare d’attualità in questi giorni dopo la recente consacrazione di Mons. Selway da parte di Mons. Sanborn.


Mons. Guérard des Lauriers o.p.

1. Quale consacrazione?

[Non wojtyliana, certamente. Sarà ancora più chiaro dicendolo].

Ancora una volta, in questi tempi, è corsa una voce: “Mons. Lefebvre sta per consacrare dei Vescovi”. “Sta per”, si “dispone a”. Sul medesimo proposito, Mons. L. [si legga Lefebvre] mi ha intrattenuto nel 1976 ad Ecône. Gli espressi, allora, la mia fervente e rispettosa approvazione. Durante questo decennio, frequentemente, la stessa voce ha sordamente rumoreggiato prima di risuonare come un grido. L’“opinione”, scossa, brandisce la certezza con cui si gonfia: “È imminente. Sta per consacrare dei Vescovi!”. E poi…niente. E l’“opinione” va in cerca di un’altra tempesta. La voce: “Consacrazioni da parte di Mons. L.”, era solo un falso allarme [per logorare gli animi, ma di cui Dio si serve per forgiare i Suoi amici]. Il “pallone” si sgonfia. Calma totale [almeno su questo punto!]. Passa qualche mese. E tutto ricomincia daccapo. Quante volte è successa una cosa simile da dieci anni a questa parte! Quindi è solamente l’ennesima.

Tuttavia, questa volta c’è qualcosa. Due dei quattro “episcopabili” [da parte di Mons. L.], hanno richiesto telefonicamente a due ex-condiscepoli, espulsi da Ecône [per riguardo verso W. = Mons. Wojtyla], e noti per la loro competenza dottrinale, hanno domandato, dicevo… “quali sono le ragioni secondo le quali sarebbe legittimo e, attualmente, persino necessario, consacrare dei Vescovi?”. A questa domanda, ho già risposto in una precedente “Dichiarazione”. Il suo contenuto si rivela opportuno tenuto conto della “voce” che, questa volta, sembra avere qualche fondamento. Tuttavia, prima di riprodurre, di seguito, l’essenziale di questa “Dichiarazione”, reputo tanto prudente quanto onesto evitare ogni equivoco.

In effetti Mons. L., sospeso a divinis, continua tuttavia ad ordinare dei sacerdoti, (1), cresimare, e perfino a “dare” ad alcuni di questi sacerdoti il potere di cresimare (2). Com’è possibile quindi che Mons. L., pur disobbedendo in materia gravissima a colui [W.] del quale Mons. L. afferma pertinacemente che è [W.] l’Autorità [“cattivo Papa, ma Papa”], com’è possibile, dicevo, che Mons. L, non sia scomunicato? La risposta a questa domanda, alla luce della S.S. Fede, è evidente. Se W. non applica le leggi della Chiesa, come ne avrebbe il dovere anche con Mons. L., la ragione ne è che lui stesso se ne confessa incapace. La vera ragione è che W. non è l’Autorità. La scimmiotta, nella misura in cui il farlo serve a ben altra cosa che il bene della Chiesa, e persino serve alla perdita della Chiesa.

Ma ciò che è evidente alla luce della SS. Fede, resta fittamente oscuro dal punto di vista di Mons. L. e di W. Essi sono d’accordo per affermare, per proclamare, non solo a parole, ma nei fatti: “W. è l’Autorità”. Allora, com’è possibile che, senza protestare, “la suddetta Autorità” lasci che un Vescovo sospeso a divinis non solo usi dei suoi poteri, ma che addirittura li estrapoli? Che una tal congiuntura, periodicamente ripetuta, si muti in uno stato abituale comunemente ammesso, induce ineluttabilmente a considerare come molto positivamente possibile ­l’ipotesi di un patto ultra segreto.

Ecco quale potrebbe essere questo patto, enunciato da W. nel rivolgersi a Mons. L.: “Continuate ad ordinare e cresimare, come vi pare. Non sarete per nulla disturbato. Ad una sola condizione, tuttavia, quella di affermare e proclamare che sono l’Autorità”. Il più grande “servizio” che si possa fare a W., dal suo punto di vista che è quello di Satana, è di accreditarlo come se fosse l’Autorità. È questo “servizio”, ordinato oggettivamente [e, per intervento di Dio, risibilmente] alla distruzione della Chiesa, che Mons. L. compie ed impone di compiere a quanti lo seguono testardamente benché, lo spero, inconsciamente. Come si può non subodorare, in queste condizioni, l’insidiosa trappola di Satana: “Questo, una parte universale nella mia chiesa wojtyliana, ti concederò, Marcel Lefebvre, se cadendo [ai miei piedi] ti prosterni davanti a me, W.” (Cf. Matteo IV, 9). Non dico che un tal patto esiste. Dico che si può fondamentalmente temerlo. Poiché, pur dicendo A PAROLE: “Non c’è nulla da aspettarsi da Roma”, Mons. L. continua ad andare a Roma, vale a dire, IN ATTO, a riconoscere W. come se fosse l’Autorità. Lo ripetiamo, che se ne renda conto o no, Mons. L. rende, ora e sempre, a W., il “servizio” [eccellente servizio!] che questi s’aspetta da lui.

Tuttavia, una nube minacciosa sovrasta le suddette consacrazioni episcopali. A supporre che si facciano, non sono forse votate ad essere il prolungamento inesorabilmente logico delle ordinazioni sacerdotali? Basterà, trasformando il patto in ultra-ultra segreto (3), estenderlo ad una nuova clausola che sarà il veleno di una morte lenta abilmente iniettato in tutta l’opera di Mons. L. e ciò nonostante nella falange tradizionale: “Potete non solo ordinare, cresimare, delegare; potete persino consacrare dei Vescovi. Non sarete per nulla disturbato. Ad una sola condizione, e cioè: i Vescovi consacrati da Lei [Mons. L.], riconosceranno e proclameranno, come Lei stesso lo fa così bene, che io, W., sono l’Autorità”.

Se le suddette consacrazioni avranno luogo, pertanto, converrà non rallegrarsi prematuramente. Bisognerà esaminare se la questione del “mandato romano”, normalmente richiesto per ogni consacrazione episcopale, è stata chiaramente posta e risolta, sia con un SI [ed allora, quod Deus avertat, Mons. L. non sarebbe più che un vassallo di W., del quale parteciperebbe pienamente lo scisma capitale], sia con un NO [ed allora Mons. L. essendo, ipso facto ed anche secondo il nuovo “diritto canonico”, “scomunicato latae sententiae”, dovrebbe essere dichiarato scomunicato (come lo sono stato io stesso assieme a Mons. THUC), da Mons. Ratzinger in nome dell’“Autorità”].

Ci si potrà rallegrare a ragion veduta delle Consacrazioni episcopali compiute da Mons. L. solo quando la sentenza dichiaratoria della scomunica da lui incorsa, sarà stata promulgata da “roma”. È questa ipotesi che io suppongo realizzata. Ho creduto doverlo precisare. Poiché non conveniva che delle ragioni d’ordine dottrinale fossero anche solo indirettamente allegate per giustificare apparentemente dei comportamenti che non sarebbero conformi né alla verità né alla lealtà. Delle Consacrazioni episcopali che sarebbero compiute secondo il rito tradizionale, ma ultra-ultra (3) segretamente “una cum W.” (4), sarebbero valide; ma estranee alla sana dottrina, gravate da un sacrilegio perché ingiuriose per la Testimonianza della SS. Fede, non si spiegherebbero che mediante l’astuzia di Satana. Avendo così precisato la situazione ecclesiale delle eventuali Consacrazioni espiscopali ricapitoliamo adesso brevemente le considerazioni per le quali esse sono, di fatto, imperate.

2. L’Episcopato nella Chiesa (militante) in ordine

L’Episcopato, unito al Papa, assicura e perpetua l’unità che la Chiesa ha ricevuto e possiede dal Suo Fondatore. Non si può, dunque, situare esattamente l’Episcopato, senza riferirlo all’economia della Chiesa. Ci si chiederà: cos’è la Chiesa? Rinviamo al nostro articolo “La Chiesa militante ai tempi di Mons. Wojtyla” (5).

a) L’economia della Chiesa in ordine

La Chiesa è Gesù Cristo comunicato. Questa comunicazione comporta due aspetti organicamente legati, la cui fenomenologia è divinamente rivelata. Da un lato, la MISSIO: “Andate, insegnate, battezzate, educate…” (Matteo XXVIII, 18-20). Ed ecco, nella Chiesa militante, “fino alla fine del secolo”, la catechesi, i sacramenti, il governo (delle anime). D’altro canto, la SESSIO: “Voi che mi avete seguito, sarete seduti anche voi sui dodici troni, giudicando…” (Matteo XIX, 28). Ed ecco instaurata, anche nella Chiesa militante, la gerarchia che manifesta e realizza la cattolicità.

La distinzione e l’unità fra Missio e Sessio sono talmente inerenti alla Chiesa, da essere omologate dal Diritto canonico, sia nell’universale che nel particolare.

“D’istituzione divina, la sacra gerarchia comporta, tenuto conto dell’ordine [ratione ordinis]: Vescovi, sacerdoti, ministri; tenuto conto della giurisdizione [ratione jurisdictionis]: il sommo pontificato e l’episcopato subordinato…” (Canone 108.3). Così, la sacra gerarchia, una, ed unica, comporta tuttavia DUE rationes: la ratio ordinis rientra nell’ambito della Missio, la ratio jurisdictionis in quello della Sessio.

Se poi consideriamo la gerarchia in ogni grado particolare, per esempio nella cura d’anime affidata ad un Parroco, vi si osserva, esattamente come nella gerarchia universalmente considerata, la stessa dualità d’aspetti, e tra questi aspetti la stessa unità. Un Parroco riceve da Cristo, mediante il Vescovo che lo “installa” Parroco di una parrocchia: munus et officium (Canoni 147,150,151). Mediante l’OFFICIUM, che ha ragione di relazione, il Parroco è riferito, in Cristo, al gregge di cui è in tal modo costituito [in unione (una cum) con Cristo, con il Papa, con il Vescovo] pastore ratione ordinis; mediante l’officium il Parroco partecipa, nella Chiesa, alla Missio che è parte integrante della Chiesa. Mediante il MUNUS, che ha ragione di qualità inerente alla persona, il Parroco riceve in unione con [simultameamente secondo un’unità d’ordine] da Cristo, dal Papa, dal Vescovo, d’essere integrato nella gerarchia ecclesiale, ratione jurisdictionis; mediante il munus, il Parroco partecipa, nella Chiesa, alla Sessio che è parte integrante della Chiesa.

L’officium è fondato e misurato dal munus, come la relazione lo è dal suo fondamento.

Ma questa stessa analogia [della relazione] mostra che il munus e l’officium sono realmente distinti; a tal punto che possono essere, accidentalmente, disgiunti. Se, per esempio, un Parroco contrae un “matrimonio civile”, il suo “officium diventa ipso facto e senza nessuna dichiarazione vacante, per rinuncia tacita” (canone 188.4). Vale a dire che, senza nessuna procedura canonica, i parrocchiani devono stimare che questo prete, “sposato civilmente”, non è più il loro Parroco. Egli stesso ha annichilito, per sé, l’officium di cui si era investito. Ma possiede ancora “illegittimamente” il munus [e ciò non ostante l’officium (canone 151)], fintantoché un processo canonico, nel quale la Chiesa giudica in nome di Cristo, glielo abbia ritirato. Il munus è quindi realmente distinto dall’officium poiché può, accidentalmente, esserne separato.

La SESSIO e la MISSIO, realmente distinte ed organicamente legate, sono state innanzitutto promesse (Matteo XVI, 18-19) e poi conferite (Giovanni XXI, 15-19) a Pietro da solo. Ma TUTTO quanto concerne la MISSIO è stato conferito egualmente ai Dodici [o Dieci] altri Apostoli, nello stesso tempo che a Pietro, ed in stretta parità con Pietro: Eucaristia (Marco, XIV, 22-24); potere d’assolvere (Matteo XVIII, 18; Giovanni XX., 22-23). E la solenne promessa: “Ecco che sono con voi ogni tempo fino alla consumazione del Secolo” (Matteo XXVIII, 20), concerne espressamente la MISSIO intimata su piano di eguaglianza agli Undici. Mentre, la storia lo prova, il primo Papa non gode dell’esclusiva quanto al privilegio dell’indulgente fermezza: “E tu, quando sarai ritornato, conferma i tuoi fratelli” (Luca XXII, 32). Certamente, la MISSIO è innestata e misurata nella SESSIO: ma nella Chiesa militante in cui “tutto è al servizio del salus animarum” (Pio XII, 3 giugno 1956), la SESSIO è per la MISSIO; la SESSIO, ed essa sola, porta a termine, in cattolicità, l’unità che, incoativamente, ma in proprio, appartiene di già alla MISSIO. Ecco quanto riguarda la Chiesa [militante] in ordine.

b) L’Episcopato, e la comunicazione che ne è fatta nella Chiesa in ordine.

ba. Abbiamo appena rammentato [a] che la gerarchia della Chiesa militante comporta due “rationes”, vale a dire due princìpi d’ordinazione, irriduttibili tra loro, la cui delicata interferenza è, nel contempo, una sfida alla ragione umana (6) ed il sigillo della Saggezza divina. Ora, è all’episcopato che spetta risolvere questa interferenza in unità, di fare che LA gerarchia della Chiesa sia una ed ovunque unica: e che essa non si scinda in due gerarchie giustapposte.

Ciò è dovuto al fatto che l’episcopato è, unamente, primo ratione ordinis, (7) e subordinato ratione jurisdictionis (7). In sorta che, d’un lato, l’Episcopato rende partecipi della subordinazione ratione jurisdictionis, rispettivamente, ognuno dei gradi di cui è il primo ratione ordinis; e così mediante l’Episcopato, tutta la Chiesa si trova gerarchizzata, facente una sola cosa, secondo le due rationes.

E, d’altra parte, nella persona del Sommo Pontefice le due rationes sono coordinate: vale a dire ordinate l’una all’altra, esattamente come lo sono la Missio e la Sessio.

bb. Precisiamo in cosa consiste questa coordinazione, sia tra le due rationes, sia tra la Missio e la Sessio.

La Missio è, lo abbiamo rammentato, quanto alla struttura stessa, divinamente fondata (Matteo XXVIII, 18-20); ed è per questo che: “il Vescovo è stabilito sul gregge dallo Spirito Santo” (8); dallo Spirito Santo, e NON dal Vescovo di Roma. In ciò si manifesta intrinsecamente all’Episcopato considerato sub ratione ordinis l’essere a sè della Missio. La Missio, in quanto tale, può perpetuarsi da sola con l’Episcopato; ed il carisma che è proprio al Papa non è per nulla un nuovo grado che, ratione ordinis, costituirebbe il Vicario di Cristo al di sopra dell’Episcopato.

Al contrario, si tratta d’assegnare i limiti della Diocesi di Lione e chi deve esserne Vescovo? Evidentemente, è Cristo, Capo della Chiesa, che determina l’uno e l’altro. Ma Egli ha divinamente istituito che lo farà con e nella mediazione del Papa, Suo Vicario in terra. Il Vescovo di Lione è colui che, in nome di Cristo, il Papa sceglie per amministrare assieme a lui la diocesi di Lione. Il Papa ha quindi, in questa diocesi [come in tante altre] il primato di giurisdizione, primato al quale partecipa (9) d’altra parte il Vescovo di Lione: di sorta che questi non ha giurisdizione se non è attualmente subordinato al Vescovo di Roma. Ed in ciò si manifesta, ratione jurisdictionis, nella persona del Papa che occupa la Prima Sedes, l’essere a sè della Missio. La Sessio non può esistere senza la Missio; poiché la ragione d’essere della Sessio è di assicurare nel migliore dei modi la realizzazione della Missio. Ma la Sessio non può assolutamente procedere dalla Missio; essa non può procedere che dal suo principio proprio, vale a dire la Prima Sedes.

bc. Riassumendo, d’un lato il Vescovo è stabilito sul gregge dallo Spirito Santo e NON dal Vescovo di Roma: e così l’Episcopato manifesta l’essere a sè della Missio. D’altra parte, il Vescovo non ha giurisdizione CHE dal Vescovo di Roma, per participazione a quella del Vescovo di Roma [e non formalmente dalla sua Consacrazione]: e, così, l’Episcopato manifesta l’essere a sè della Sessio. Infine, il Vescovo, facente una sola cosa col Papa, fa uso della giurisdizione collo scopo di assicurare nel migliore dei modi la realizzazione della Missio; ed il Vescovo, col favore della Missio, diffonde nel gregge, sul quale è stato costituito dallo Spirito Santo, la subordinazione che impera la Sessio e così l’Episcopato realizza e manifesta concretamente l’unità tra la Missio e la Sessio; e, in concomitanza, l’unità tra la ratio ordinis e la ratio jurisdictionis che le specificano rispettivamente (10).

3. L’Episcopato nella Chiesa militante
in stato di privazione

II legame organico, come abbiamo visto [2], tra la Chiesa e l’Episcopato, lascia evidentemente prevedere che, se la prima è in stato di privazione, questo vale ineluttabilmente anche per il secondo. È questo punto, pertanto, che bisogna esaminare, per rispondere alla domanda posta. E, di nuovo, è ovviamente dalla Chiesa che bisogna incominciare (5).

a. Il vestigio dell’economia divinamente istituita, nella Chiesa militante attualmente “occupata” (11)

aa. La Chiesa militante è attualmente “occupata” e messa in stato di privazione. W. [ = Mons. K. Wojtyla], regolarmente eletto [lo ammetto fino a prova certa del contrario], da un Conclave che comportava una diecina d’autentici Cardinali [i quali non hanno protestato], W. dunque occupa la sede di Roma; è papa “materialiter”. [A quanti dichiarano la Sede vacante faccio osservare che, dato che la Chiesa è una società saggiamente costituita, le persone fisiche o morali abilitate a dichiarare la vacanza dell’autorità sono ipso facto giuridicamente atte a realizzare la “provisio” dell’autorità. Quanti affermano dunque: “La Sede è vacante”, e pretendono di imporre agli altri l’obbligo di affermarlo sotto pena di anatema, convochino “un” conclave; si smetterà allora di prenderli sul serio].

W., tra altri tradimenti, proferisce abitualmente l’eresia. È manifesto che, continuamente, W. nuoce al “bene comune” che l’autorità in quanto tale deve promuovere nel collettivo umano “Chiesa militante”. QUINDI, IN VIRTÙ DEL DIRITTO NATURALE, W. è metafisicamente e giuridicamente non capace d’esercitare l’autorità. IN VIRTÙ DEL DIRITTO NATURALE (12), la cui metafisica è creata da DIO STESSO, W. non ha, in atto, l’Autorità; non è, non può essere Papa “formaliter”. Non c’è da disobbedirgli: poiché i suoi pseudo-ordini sono nulli.

[Il Canone 118, ed ancora meno le leggi penali essendo delle leggi ecclesiastiche, non si applicano al Papa, visto che la loro forza esecutoria deriva da lui. Ma si può dire, riferendosi al Canone 118, che W. è, a causa del suo stesso comportamento, “ipso facto, sine ulla declaratione”, privato d’“officium”; è privato dell’officium che spetta normalmente al Vescovo di Roma, benché possieda ancora “illegittimamente” il munus].

La Sessio è quindi scossa dalla sommità; ed il crollo si propaga, dalla chiave di volta, a tutto l’edificio. Ho conservato delle lettere, scritte da Mons. Lefebvre nel 1976, nelle quali riconosce le stesse cose, in termini equivalenti.

ab. Le tre posizioni che combattiamo hanno in comune il fatto di non tener conto [o di rifiutare] la distinzione reale tra materia e forma in un tutto accidentale, nel caso presente il Sommo Pontificato, e di ignorare completamente il carattere analogico della distinzione: “materialiter – formaliter”.

Alcuni pretendono addirittura che non esiste mai materia senza forma, confondendo il tutto sostanziale con il tutto accidentale e la materia prima con la materia seconda.

Questa incomprensione metafisica spinge i “conciliari” a trascurare i fatti fino al punto di considerare la missione come realizzata, altri ad immaginarsi di avere il diritto di fare un papa, e Mons. Lefebvre a tentare di conciliare gli inconciliabili.

Detto ciò, ecco molto schematicamente come si situano le principali opzioni.

La prima “opzione” è quella di Mons. Lefebvre 1983. Essa consiste, almeno nei fatti: d’un lato, ad affermare che la Sessio è intatta [W. è “Papa”, assolutamente, veramente; “cattivo papa” ma “papa”]; dall’altro, nel riconoscere che su dei punti essenziali che concernono espressamente il Papa in quanto tale, e perfino l’infallibilità, la “Missio” qual è imperata dalla “chiesa ufficiale” è così gravemente viziata che non bisogna conformarvisi [Mons. Lefebvre tiene duro ancora “sulla Messa”]. Questa posizione include, speriamo inconsciamente, una bestemmia contro l’unità e contro la santità della Chiesa. La Chiesa è unamente Missio e Sessio, organicamente legate. È impossibile che da un’autentica Sessio proceda abitualmente una “missio” radicalmente infestata. Lo stesso errore riveste, nella prassi dei priorati, un’altra forma. Silenzio assoluto sulla questione del Papa, anatema contro chiunque osasse sollevare questo problema nella cappella di un Priorato San Pio X! Ora, la fedeltà “verbale” ad un manichino di papa, non conferisce nessuna cattolicità ad un’iniziativa il cui accanito esclusivismo manifesta fino all’evidenza che si tratta di una setta manipolata ed utilizzata dal padre della menzogna.

Le altre opzioni hanno almeno il merito di evitare l’incoerenza, incosciente senza dubbio ma oggettivamente blasfema, del lefebvrismo. Esse hanno in comune il fatto il sostenere che ad una Sessio autentica deve corrispondere una Missio buona e persino santa. I conciliaristi [Vaticano II] acclamano W. e cantano la nuova Pentecoste. Si disilluderanno. I fedeli realmente attaccati alla Tradizione, nei quali l’istinto della SS. Fede mormora contro la nuova “missio” come la sinderesi “mormora contro il male” [“murmurat malo”], rigettano la “W. – sessio”! Vi sono numerose e sottili modalità. Nessuno ignora, almeno in Francia, che non bisogna confondere i radicali-socialisti con i socialisti-radicali!

ac. È opportuno pertanto semplificare e mantenere, come vestigio dell’economia divinamente istituita nella Chiesa militante occupata, ciò che, di questa economia, trascende manifestamente la natura di ogni collettivo umano, vale a dire la miracolosa unità.

L’unità può comportare distinzione; essa è, allora, semplicità. Prendiamone a Testimone la Santissima ed ineffabile TRINITÀ. Ma è assolutamente incompatibile con la natura stessa dell’unità che più componenti, che devono di diritto integrarla, sostengano tra di loro l’opposizione di contrarietà. L’unità della Chiesa comporta Missio e Sessio SI. Ma che un’autentica Sessio possa sostentare una “missio” viziata: NO. Tal è la verità primordiale che resta immanente alla Chiesa anche occupata. Tal è per così dire, la CARTA FONDAMENTALE della Chiesa militante in stato di privazione. Rifiutare questa carta, vuol dire mettersi fuori dalla Chiesa, se perlomeno si misura un tal rifiuto quanto alla portata.

Si può confermarlo presentando lo stesso argomento dal punto di vista della finalità. D’istituzione divina, nella Chiesa, la Sessio è PER la Missio. Se si accerta che la “missio” imperata da una tal “sessio” è viziata ed irricevibile, perché incompatibile con l’istinto della fede, bisogna salvare la vera MISSIO: bisogna salvare l’OBLATIO MUNDA; e bisogna, di conseguenza, considerare la pseudo-”sessio” come non consistente. C’è precedenza del fine su ogni mezzo; bisogna sopprimere tal mezzo che, di fatto, nuoce al fine, in vista di poter continuare, nella misura possibile, la realizzazione di questo stesso fine.

Realizzare la Missio, istituita da Cristo per essere lo strumento immediato del “salus animarum”, fare che sussista questa Missio che, EX SE, è il vivo addentellato della Sessio e, pertanto, dell’unità perfettamente ritrovata: tal è la forma che prende, nell’ordine pratico, la carta della Chiesa militante in stato di privazione.

L’Episcopato e la comunicazione che può [o deve] esserne fatta, nella Chiesa in stato di privazione.

L’Episcopato è, l’abbiamo visto [2b], nella Chiesa militante [in ordine], l’organo concreto dell’unità vivente tra la Missio e la Sessio. E poiché, per natura, la vita deve perpetuarsi, l’Episcopato assicura la perpetuazione della Chiesa in quella del Sacerdozio. L’Episcopato è la “pienezza del Sacerdozio”; esso è, per così dire, il Sacerdozio allo stato adulto in questo senso che l’adulto, e solo l’adulto, comunica la natura che tuttavia possiede originariamente.

È soprattutto a causa di questa ripercussione che l’Episcopato pone un problema nella Chiesa in stato di privazione. Ritroveremo questa stessa questione nella sua esatta situazione, cercando di precisare quali sono, nella Chiesa in stato di privazione, le esigenze del ruolo che per natura compete all’Episcopato [nella Chiesa in ordine]. Ma queste esigenze devono essere considerate distintamente, tenuto conto della Missio e tenuto conto della Sessio, atteso che queste due cose, invece di essere “uno” come di dovere, sono, nella Chiesa “occupata”, dislocate.

ba. L’Episcopato e la Sessio, sia nella Chiesa in stato di privazione, sia nell’attuale “chiesa ufficiale”.

a. Non si può caratterizzare l’errore che in riferimento alla Verità. La situazione precaria della Sessio, proveniente da un’erranza commessa da un occupante della Sede apostolica è, nella Chiesa militante in quanto tale, un male sempre possibile che talvolta si è prodotto. Come, nella Chiesa in ordine, questo male è non solo allontanato ma reso sterile fin dall’origine?

Ricordiamo quanto è d’altra parte ben conosciuto. I Vescovi che partecipano alla Sessio della “prima Sedes”, e che esercitano la Missio in virtù dello Spirito Santo (Atti XX, 28), DEVONO, in virtù stessa dello Spirito Santo, conformemente all’esigenza della SS. Fede, discernere l’erranza del papa, e fargliene rispettosamente rimostranza. Se il papa sconfessa l’errore che ha commesso, la Sessio è, in lui, confermata. Se il papa persiste nell’errore, dichiara se stesso eretico; si dichiara quindi ipso facto non capace di occupare la Sede apostolica. La Sede è quindi vacante. Spetta allora ai suddetti Vescovi, non assolutamente di “destituire il papa”, ma di dichiarare la Sede vacante e di riunire il Conclave che deve assicurarne la provvisione.

Questo processo non può essere realizzato che se esistono, nella Chiesa [poiché la Chiesa non può riformarsi che dall’interno], dei Vescovi che adempiono alla doppia condizione propria allo stato episcopale, vale a dire: 1) partecipare alla Sessio, cioè essere Vescovo residenziale [fosse anche “in partibus infidelium”]; 2) esercitare la Missio nello Spirito Santo e quindi conformemente alla Doctrina Fidei.

b. Ora, esiste attualmente [febbraio 1986] sia nella Chiesa occupata, sia pur virtualmente nella “chiesa wojtyliana”, un vescovo [uno solo!] che soddisfi alle precedenti condizioni?

1) Per quanto riguarda la “chiesa wojtyliana”, l’Abbé de Nantes (13), il R.P. de Blignières, la Rivista “Forts dans la Foi”, (e altri), si sono sforzati d’illuminare dei “vescovi” wojtyliani, inducendoli così a porre l’atto di rimostranza a W. che avrebbe inaugurato il processo che abbiamo appena descritto e, in conseguenza, il ristabilimento dell’ordine (14). Ma, a dispetto degli “ordini del giorno” periodicamente trionfalisti pubblicati dalla Rivista “Forts dans la Foi”, il Sinodo ha finito d’illuminare tutti coloro i quali non confondono i loro desideri con la realtà. Confesso d’aver sperato che questa riunione avrebbe covato una scissione nel seno stesso della “chiesa ufficiale”. Niente di tutto questo. I sinodali hanno “bevuto” tutto: tutto W.; e persino il Cardinal Siri (lui!), almeno apparentemente, si è dilettato. In sorta che il processo descritto, il solo possibile da un punto di vista canonico per ristabilire la Sessio, sembra essere per il momento una strada che si perde nel deserto, poiché le sole persone che potrebbero seguirla, accecate, si ostinano a disertarla.

2) Quanto ai nostri cari Vescovi “fedeli”, le LL.EE. THUC [deceduto il?13 dicembre1984], LEFEBVRE, DE CASTRO MAYER…, unanimamente (!) hanno “dato le dimissioni”; sulla qual cosa ci sarebbe molto da dire se ci si volesse attardare a piangere o a divertirsi. Ma il fatto è là, brutale, ineluttabile. Dando le dimissioni hanno riconosciuto come se fosse l’Autorità un Montini o un W. ipotecati d’uno scisma capitale; stanchi o ingannati, hanno perso ogni Autorità e non partecipano alla Sessio di più che GUÉRARD DES LAURIERS e altri.

D’altra parte non si vede come Mons. Lefebvre e Mons, de Castro Mayer potrebbero avere, nella Chiesa, una Sessio che li abiliti ad agire ecclesialmente, atteso che fino ad ora rifiutano di riconoscere di diritto la Carta fondamentale della Chiesa [Cf. ac] (15), e che di fatto, esercitano una Missio gravissimamente alterata poiché include nella pratica la preterizione di un articolo di Fede.

3) Infine, sussistono parimenti nella Chiesa i Vescovi della linea THUC. Esercitano l’autentica Missio, normata dall’integralità della dottrina. Tuttavia, alcuni tra di loro hanno preteso che sacerdoti e fedeli riconoscessero la giurisdizione che si erano arrogati. Questa tendenza rischia molto di favorire una nuova avventura Gregorio XVII. È un peccato che Mons. Thuc si sia lasciato circonvenire, temporaneamente, su questo punto, quando aveva invece molto lucidamente rotto i rapporti con Palmar dal 6 agosto 1978, data nella quale Clemente si è creduto papa. Mons. Thuc si è, in seguito, ripreso.

Bisogna quindi, per fedeltà dovuta alla sua memoria quanto alla verità, ricordare che i Vescovi della linea Thuc non hanno alcuna giurisdizione ordinaria. Non partecipano alla Sessio della prima Sedes. Certo, appartengono alla Chiesa in stato di privazione; ma non possono contribuire a ristabilirvi la Sessio di cui c’è privazione.

c. Questo rapido bilancio manifesta, fenomenologicamente, qual rapporto sostiene l’insieme dei vescovi esistenti attualmente sulla terra con l’autentica Sessio [attualmente in stato di privazione].

Questo rapporto può e deve, come ogni altro, essere considerato secondo ciascuno dei due estremi: d’un lato, la Sessio, dall’altro i Vescovi.

Il suddetto rapporto, considerato ex parte objecti, cioè quanto alla Sessio, consiste in tutto ciò che è atto, per natura, ad inaugurare e favorire il perfetto ristabilimento dell’autentica Sessio. Canonicamente, non c’è altro processo che quello descritto più sopra. Ma Dio può intervenire altrimenti (16), con un miracolo che sarebbe PER TUTTI EVIDENTE: bisogna quindi non escludere nulla a priori, ma si deve escludere il gioco dell’immaginazione e la sovraeccitazione morbosa con cui si accompagna troppo spesso il ricorso alle “profezie”. Lo stesso rapporto, considerato ex parte subjecti, cioè quanto all’insieme dei vescovi sussistente sulla terra, in quanto potrebbero concorrere al ristabilimento della Sessio autentica, comporta:

1) nei “vescovi” della “chiesa wojtyliana”, cominciando da W. e Ratzinger, una diserzione, anzi un tradimento sempre più manifesto;

2) in TUTTI gli altri vescovi [eccezion fatta evidentemente di quelli che vogliono rivolgere a W. la rimostranza canonica, ma che sarebbero imprigionati, menomati, logorati, annullati. Ne esistono ???], l’impotenza congenita, ossia l’inattitudine radicale a porre degli atti che abbiano canonicamente un valore ecclesiale;

3) nelle persone delle LL.EE. Lefebvre e de Castro Mayer, una sessionite inveterata, ingannatrice di fatto e satanicamente seduttrice;

4) nei Vescovi della linea THUC che si arrogano una giurisdizione e rischiano seriamente d’essere spinti ad eleggere un “papa”, una sessionite creativista, ingannatrice di diritto e satanicamente seduttrice.

Mi spiego su questi due ultimi casi.

Chiamo “sessionite” l’ossessione della Sessio; esattamente come l’apparizionite è l’ossessione delle “apparizioni”. C’è un’autentica Sessio che è buona; ci sono delle autentiche apparizioni che sono buone. Tuttavia queste cose non sono buone che ad alcune condizioni oggettive e precise che derivano necessariamente dalla loro propria natura. La deformazione, significata dal suffisso “ite”, consiste: innanzitutto, nell’ordine del giudizio, ad accordare a queste cose un valore assoluto [ex se, da sole] indipendentemente dalle condizioni, che sono tuttavia la norma necessaria e sine qua non della loro bontà; secondariamente, ed in conseguenza, nell’ordine pratico, a perseguire la realizzazione di queste cose ad ogni costo e con ogni mezzo, incondizionatamente, ed in particolare senza tener conto di quelle condizioni senza le quali non può sussistere la loro bontà.

All’occorrenza, la Sessio è autentica, e quindi buona, alle due condizioni precedentemente rammentate: 1) una autentica SESSIO non può sostentare una “missio” integralmente e radicalmente viziata: è la carta fondamentale [3 aa]; 2) La Missio, da sola, è inabile a ge­nerare la Sessio [2 bb, bc; 3 ba; qui sopra 3].

La “sessionite” consiste: per Mons. L., nel farsi gioco della prima condizione [Mons. L. riconosce che la “missio” imperata da W. è viziata, a tal punto che rifiuta di conformarvisi (in effetti, tiene ancora sulla MESSA, benché abbia addottato la liturgia di Giovanni XXIII, W. al Te igitur e S. Giuseppe al Communicantes). E tuttavia Mons. L. afferma: W. è papa in atto; di più, Mons. L. esclude dalla Fraternità San Pio X i sacerdoti che rifiutano di affermarlo]; e la “sessionite” consiste, per alcuni Vescovi della linea THUC, a non tenere alcun conto la seconda condizione [“Ci vuole un Papa”, dicono ed in ciò hanno ragione. “Prendiamo dunque praticamente le misure che renderanno ineluttabile il (sembrar) creare un papa”: NO, l’autentica Sessio non può venire che dall’Alto, non dalla sola Missio].

Affermo che la “sessionite” di Mons. L. è inveterata: è quella di un veterano che si è sempre rifiutato di esprimere, sull’attuale congiuntura ecclesiale, un giudizio d’insieme che giustifichi la propria linea di condotta (17). La regola fu, e tale resta fino ad oggi: “Fare come prima”. Mons. L. s’aggrappa agli abiti di un eretico, purché questi sia “seduto”, perché è stato abituato a fare affidamento alla sicurezza che dava a Roma l’autentica Sessio. La “sessionite” di Mons. L. è ingannatrice di fatto, poiché il prestigio personale di Mons. L. induce e costringe, persino, quanti lo seguono e lo riveriscono [e lo considerano persino, senza averne coscienza, come se fosse papa], a credere che W è papa in atto, mentre invece non lo è. Infine, la “sessionite” di Mons. L. è satanicamente seduttrice. D’un lato, in effetti, alletta gli sventurati fedeli con l’illusione di una falsa sicurezza: “Abbiamo un papa [cattivo, ma realmente papa]; abbiamo un vescovo, “il nostro vescovo Marcello”; abbiamo la MESSA, i sacramenti… Che desiderare di più? E d’altra parte, favorita da questa euforia artificialmente creata, la “sessionite”, cioè l’ossessione della Sessio, l’assillo angosciato d’essere privati del papa, si diffonde a macchia d’olio. E, così, si trova tranquillamente iniettato, in profondità ed incoercibilmente, nei fedeli che frequentano abitualmente i priorati, un gravissimo errore che è oggettivamente un’eresia, concernente la natura stessa della Chiesa, la natura dell’unità tra la Missio e la Sessio. L’albero, alla lunga, deperisce e muore, se attinge da un humus avvelenato. I fedeli che restano confinati nei Priorati, perderanno immancabilmente la fede. “Fate come prima. È così semplice, così buono!!” Ecco come Satana seduce (Genesi III, 5-6). Ma “non ci si prende gioco di Dio” (Galati V, 6-7). “Morirete di morte” (Genesi 11, 17), ­poiché il frutto conteneva l’eresia.

Affermo che la “sessionite” di certi Vescovi appartenenti alla linea THUC è creativista, nel senso ovvio che il desiderio incondizionale di riferirsi a qualcuno che sia “seduto”, conduce a “fabbricare” artificialmente un papa che non può avere la vera Sessio. Tutto ciò assomiglia, “positis ponendis”, alle “messe senza prete” che sono il frutto esterno e tipico della creatività rivendicata dai settatori del Vaticano II. La “sessionite” creativista è ingannatrice di diritto, nel senso che spinge a professare in atto una dottrina che nega l’essere a sè della Sessio e che è quindi un’eresia. La “sessionite” creativista è satanicamente seduttrice, al pari di quella, inveterata, di Mons. L. La sola differenza consiste nel fatto che questa fa balenare un’esperienza, e quella una promessa; l’una blandisce l’istinto di sicurezza, l’altra lo spirito d’avventura.

In tutto ciò, né Verità, né ancor meno Saggezza. Questa sconcertante constatazione sfocia sull’ultima questione.

d. Quali sono, a proposito dell’autentica Sessio, il Giudizio di Dio ed il Disegno di Dio?

Quanto al Giudizio di Dio, tre cose sono certe, poiché sono di Fede. Primo: la “sessio” e la “missio” wojtyliana NON SONO la Sessio e la Missio della Chiesa fondata da Gesù Cristo. Secondo: l’autentica Sessio sarà ristabilita; e ciò non può accadere che median­te il processo descritto precedentemente [a] o direttamente con un intervento di Gesù Cristo. Terzo: la Missio, attualmente in stato di privazione, non in sé stessa ma riguardo alla “Sessio”, la Missio dunque durerà, qua e là sulla terra, sino al suo perfetto ristabilimento concomitante a quello della Sessio; sarà così perché Gesù ha fatto, esattamente per la Missio, una promessa che non ha fatto negli stessi termini per la Sessio “Sarò con voi, sempre” (Matteo XXVIII, 20). Omnibus diebus: per la Missio, nessuna interruzione.

Quanto al Disegno di Dio, riguardante il ristabilimento della Sessio, l’evanescenza delle speranze premature ci richiama all’austera realtà. Non ne sappiamo nulla, perché Dio è libero! Non dobbiamo pertanto escludere nulla a priori, ma ancor più rispettare il Mistero, amarne il segreto, e adorarlo. Gesù dorme nella barca. Ha fatto osservare che, svegliarLo, era mancare di Fede (Matteo VIII, 26). A proposito del ristabilimento della Sessio, quindi, bisogna aspettare, “in silentio et spe” (Isaia XXX, 15); “sperando contro la speranza stessa” (Romani IV, 18).

bb. L’Episcopato e la Missio nella Chiesa in stato di privazione.

Lasciamo adesso da parte la “Chiesa wojtyliana”: essa è, in effetti, estranea alla Missio; non ha, in quanto tale (checché ne sia dei fedeli odiosamente ingannati), NIENTE IN COMUNE con la Missio, se non delle forme esteriori satanicamente ingannatrici.

La questione che pone il rapporto esistente di diritto tra l’Episcopato e la Missio, è quindi la seguente. I Vescovi che, sottoscrivendo alla carta fondamentale [3aa], appartengono certamente alla Chiesa in stato di privazione, devono, esattamente come nella Chiesa in ordine, esercitare la loro Missio nella virtù dello Spirito Santo? Benché siano di fatto privati della Sessio, la quale è una componente dell’Episcopato (cf. 2) nella Chiesa in ordine. Ora, questa domanda si sdoppia. Poiché l’esercizio plenario della Missio, che consiste nel consacrare dei Vescovi, è, nella Chiesa in ordine, subordinato alla Sessio, la quale si manifesta, nella cerimonia della Consacrazione, con la lettura inaugurale del “mandato romano”. Che il Vescovo ordini dei sacerdoti, nella Chiesa in stato di privazione come nella Chiesa in ordine: tutti i fedeli lo ammettono e persino lo desiderano.

Che il Vescovo, privato della Sessio nella Chiesa in stato di privazione, faccia tuttavia ciò che, nella Chiesa in ordine non può fare legittimamente che usando della Sessio: su questo punto, c’è discussione; e c’è quindi, concretamente, un problema. Proprio quello che costituisce il titolo del presente articolo: è il caso di consacrare dei Vescovi?

In questo paragrafo sto per rispondere al quesito. Era ora! penserà qualcuno. Al lettore impaziente (?), faccio osservare che la risposta desiderata, breve e categorica, non può essere data da un punto di vista analitico, con argomento di ragione. Questa ragione non può essere fondata che in Saggezza, sull’esame globale, esposto qui sopra, di tutta la situazione. Ecco il “sillogismo d’esposizione”.

a’. È NECESSARIO continuare la Missio, anche nella Chiesa in stato di privazione.
Eccone quattro ragioni: d’ordine oggettivo [A, B, C]; d’ordine personale [D].

A. Ordine Teologale. La Missio, è l’offerta dell’Oblatio, è la custodia del Deposito. Il Deposito è ordinato al “salus animarum”, l’Oblatio lo è primordialmente alla Gloria della S.S. Trinità. L’Oblazione pura, compiuta sulla Croce, rinnovata e perpetuata nella Messa, è di diritto la giustificazione ultima di tutta la creazione; e, per lo meno di fatto, dell’Incarnazione e della Redenzione. Se l’Oblazione pura ha disertato la “chiesa ufficiale”, come lo ha predetto il Profeta Daniele, è un motivo in sovrappiù perché duri attualmente nella Chiesa in stato di privazione; poiché Gesù lo ha promesso, ESSA DURERÀ SEMPRE (Matteo XXVIII, 20). Sarà così perché DEVE essere così, OGGETTIVAMENTE. DEVE essere così, BISOGNA che sia così, adesso.

B. Ordine morale.Chi non crederà sarà condannato” (Marco XVI, 16). Credere richiede un oggetto, ed è il Deposito (18). Il Deposito è comunicato nella Missio. E bisogna precisare quanto segue. Se la Fede, richiesta per la salvezza, può di diritto sussistere senza altro sacramento che quello del battesimo, l’esperienza conferma che, senza gli altri sacramenti e primordialmente l’Eucaristia, la Fede deperisce e scompare. Di fatto, la Fede non può sussistere, di generazione in generazione, che se è sostentata da tutti i sacramenti, e quindi dall’integralità della Missione.

C. Ordine ecclesiale. Tutti i fedeli pensano che la Chiesa deve durare. In nome della promessa divina, sono certi che la Chiesa durerà. Ora, non c’è Chiesa senza Gerarchia (cf. 2). Come può durare la Gerarchia? Formalmente, mediante la trasmissione della Sessio, SI. Tuttavia, questa trasmissione, da sola, non basterebbe. L’eletto di un Conclave valido è Papa dal momento in cui accetta l’elezione. A CONDIZIONE, tuttavia, che si impegni a ricevere, se non li possiede di già, tutti i gradi della Gerarchia sub ratione ordinis: il che è di competenza espressa della Missio. L’“eletto” del “mandato romano”, che inaugura la cerimonia della Consacrazione episcopale, non è creato Vescovo dalla lettura del “mandato”. Non diventa Vescovo che ricevendo la Consacrazione episcopale. E se l’atto che doveva conferire questa Consacrazione è invalido, il “mandato romano” cade nel vuoto. Senza Missio, non c’è più Sessio, né Gerarchia, e pertanto neppure la Chiesa (19). Se è vero che, da sola, la Missio è impotente a generare la Sessio; la Sessio, da sola, è votata a morte lenta, e non sono le astuzie dei canonisti che la resusciteranno! Se quindi la Chiesa deve durare – ed è NECESSARIO, e durerà! – allora è NECESSARIO continuare la Missio. E persino, bisogna precisare secondo quanto precede immediatamente, è necessario che sussista la pienezza della Missio ratione ordinis, vale a dire che È NECESSARIO consacrare dei Vescovi.

D. Ordine personale.Ed adesso sarò con voi [voi = gli “undici discepoli]” (Matteo XXVIII, 20): Pietro a parità con gli altri dieci. Si tratta quindi espressamente della Missio, NON SI TRATTA FORMALMENTE della Sessio] “tutti i giorni, sempre, fino alla fine del Secolo” (Matteo XXVIII, 20), La Missio è vergine di ogni interruzione: perché Gesù VUOLE che sia così e lo ha detto. È NECESSARIO che duri la Missio, nella Chiesa radicalmente fondata sulla MISSIO che concerne il Capo e che quindi trascende la Chiesa stessa (20); e questo anche e soprattutto quando la Chiesa si trova in stato di privazione riguardo alla Sessio. Ora, CHI farà perdurare l’autentica e plenaria Missio nella Chiesa in stato di privazione? Sarebbe questo W., che proferisce abitualmente l’eresia, e che ha spinto la tracotanza fino a bestemmiare la SS. Trinità (21), sarebbe su questo W. che conviene far affidamento per perpetuare l’autentica Missio! Metafisicamente, tale ipotesi non è impossibile. Ma praticamente, è così improbabile che non è neanche più una possibilità. E quindi, poiché la Missio, di diritto divino, deve durare senza discontinuità (22), poiché, d’altra parte, colui che dovrebbe, ex officio occuparsene e promuoverla, si ostina a disertarla e perfino a silurarla, allora BISOGNA, DI DIRITTO DIVINO, che, senza W., sussista nella sua pienezza l’autentica Missio; vale a dire che È NECESSARIO DI DIRITTO DIVINO CHE DEI VESCOVI SIANO CONSACRATI; evidentemente senza ricorrere, sotto qualunque punto di visto, a W. (23).

b’. Ora, è impossibile proseguire la Missio senza Vescovi.

È quanto stabiliscono già sufficientemente i due argomenti precedenti [a’, C, D].

Inoltre, i due argomenti [a’, A, B] sono permanenti. È sempre che l’Oblazione pura deve salire dalla terra. È sempre che la Fede, condizione necessaria alla salvezza, richiede di fatto per sussistere la ricezione dei sacramenti. Ora, se la Missio, che sola assicura l’offerta dell’Oblazione pura e l’amministrazione dei sacramenti, deve durare, non può farlo che nella persona dei Vescovi che la esercitano plenariamente (24).

Infine, è per la sua stessa natura che la Missio richiede dei Vescovi che le siano perpetuamente contemporanei. Battezzare ed estremizzare comportano delle unzioni fatte con gli olii consacrati. Chi consacra questi olii? Il Vescovo. Cresimare non è possibile che al Vescovo. Come possono, quindi battezzare, estremizzare, far cresimare i bambini che istruiscono, quei sacerdoti che pretendono esercitare l’autentica Missio nella Chiesa in stato di privazione e che rifiutano tuttavia di riconoscere d’essere “una cum” con almeno un Vescovo esercitante questa stessa Missio? Di fatto, questa incoerenza copre sempre una frode che è menzognera e rovinosa. Il principio di non-contraddizione si applica ex se. Ciò che include contraddizione non può sussistere. Nessuna Missio duratura senza Vescovo.

c’. QUINDI, È NECESSARIO consacrare dei Vescovi.

Questa conclusione proviene dalle due premesse a’ e b’. Essa si impone necessariamente, e la prova non è stata confutata.

Com’è possibile che i fedeli sedicenti attaccati alla Tradizione, in generale, la rifiutano praticamente, anche se, praticando un superliberalismo [incosciente?], dicono di ammetterla “speculativamente”? La vera ragione è che questi fedeli “di poca Fede” hanno bisogno di sicurezza ben più che di luce. Quindi preferiscono aggrapparsi spontaneamente a qualcuno che è SEDUTO [e almeno umanamente, W. lo è molto confortevolmente!], il che li induce a non considerare la Verità, e tanto meno gli argomenti che li ostacolerebbero. Ed i sacerdoti che, esercitando la Missio, dirigono questi fedeli, temono di “perderli”, affermando CHIARAMENTE tutta la Verità. Allora questi preti “diminuiscono la verità” (25), o la travestono, o la tacciono; e possono “conservare”… dei ciechi che di fatto desiderano soprattutto restare ciechi (26). Con quali fini? Dio lo sa. Dio giudicherà, Dio giudica di già. Che Mons. L. si prepari a consacrare (27) dei Vescovi, è quindi una bellissima notizia: Mons. L., con questo atto, non farà più parte di questo tipo di preti!

Dobbiamo quindi rallegrarci e rendere grazie, o almeno prepararci. Alla condizione tuttavia che, come è stato spiegato (cf. 1), Mons. L. sia dall’“autorità”, dichiarato come se fosse ipso facto scomunicato “latae sententiae”.


Note

1) Del che non ci si può che rallegrarsi nel Signore, e felicitare Mons. L. Incoraggiarlo in questo progetto fu, d’altro canto, opportuno. Nel 1976, senza le istanze congiunte ed insistenti di M.lle Luce Quenette e del Padre Guérard, Monsignore avrebbe ceduto a delle insidiose esortazioni, specialmente quelle di M. Louis Salleron: “non compromettete l’unione… non fate le ordinazioni”. Mons. L. fu profondamente turbato. Infine, si riprese; fece le ordinazioni. Deo Gratìas! L’opera di Mons. L. sarebbe buona quanto è possibile, nella Chiesa in stato di privazione, se non fosse per la distorsione radicale e rovinosa, concomitante al fatto di proclamare W. come se fosse l’Autorità.

2) Concedere questo potere spetta solo alla Sede apostolica. Su questo punto Mons. L. ha usurpato. E le cresime così amministrate sono molto probabilmente invalide.

3) Vale a dire che la questione del “mandato romano” sarebbe astutamente occultata, ed in definitiva elusa.

4) Disgraziatamente, questa ipotesi non è esclusa. Essa raggiunge, in effetti, una “risoluzione” che era stata presa in considerazione, quando i fedeli attaccati alla Tradizione si sono raggruppati in un movimento apparentemente consistente, e col quale l’“autorità” pensò opportuno venire “a composizione”… almeno in apparenza! I “tradizionali” avrebbero costituito una sorta di patriarcato, che sarebbe rimasto subordinato alla “roma” nuova ed avrebbe ricevuto da lei l’approvazione di una liturgia propria. Mons. Ducaud-Bourget era uno dei “patriarchi” possibili. Per fortuna, delle rivalità d’ordine personale fecero fallire questo progetto. Si può temere che l’astutissimo W. non ne riprenda la sostanza. Accordare a taluni gruppi di fedeli la facoltà di chiedere a “roma” SOTTO CERTE CONDIZIONI il permesso di far celebrare la MESSA tradizionale, ha costituito un passo importante in questo senso.

5) BOC n° 101, giugno 1985: pagine 12-24.

6) Atteso che, nelle realtà create, un insieme di cose non ha unità e non costituisce quindi: “un ordine”, che se tutte queste cose procedono, da uno stesso punto di vista, da un principio unico. Nessun ordine creato potrebbe sussistere, come lo fa la gerarchia della Chiesa, integrando due “rationes”, vale a dire due principi d’ordinazione che sono tra di loro formalmente diversi e quindi irreduttibili.

7) La traduzione esatta è: “l’Episcopato è primo nella gerarchia della Chiesa considerata secondo l’ordine”. Crediamo preferibile, per brevità come per precisione, conservare la locuzione latina: ratione ordinis [“Ordine” comprende, all’occorrenza, il Sacramento dell’Ordine e, inoltre, l’Episcopato]. Allo stesso modo, l’Episcopato è subordinato, nella gerarchia della Chiesa considerato secondo la “giurisdizione”: ratione jurisdictionis.

8) Atti XX, 28.

9) Vaticano I. Pastor aeternus Cap.3 DS 3061.

10) Queste stesse conclusioni sono fortemente corroborate dall’analisi dell’ordinamento che comporta la cerimonia della Consacrazione episcopale.

– 1) La lettura del “mandato romano”, che designa la persona episcopabile, manifesta il carisma direttivo che compete ESCLUSIVAMENTE al Sommo Pontefice. Ed ecco, esercitandosi in atto all’inizio della cerimonia, l’insostituibile ruolo della Sessio, che è di “prendere per mano”, per così dire, e di orientare tutta la Missio, di applicarne la grazia divina alle persone concrete che devono esserne divinamente gli strumenti.

– 2) In seguito si svolge la cerimonia sacra propriamente detta, la quale conferisce all’eletto la Consacrazione episcopale. Questa cerimonia, supposto che il rito sia debitamente rispettato, è valido ex se, cioè INDIPENDENTEMENTE dal “mandato romano”; ed ecco significata e manifestata parimenti in atto, l’essere a sè, l’intoccabilità della Missio; la Consacrazione episcopale, che non fa parte del sacramento dell’ordine, è tuttavia comunicata alla maniera di un sacramento.

– 3) Infine, se la suddetta cerimonia si compie, nella Chiesa in ordine, indipendentemente dal “mandato romano”, vale a dire senza il consenso dell’Autorità, questa cerimonia è sacrilega; ed i due Vescovi, consacratore e consacrato, incorrono ipso facto la scomunica latae sententiae. E si trova così manifestata, sempre in atto (ipso facto), la coordinazione o l’involuzione quanto all’ordinazione, tra la Missio e la Sessio.

11) “Chiesa occupata” e “Chiesa in stato di privazione” designano la medesima realtà: privazione, significa lo stato della Chiesa PRIVATA di Sessio, in atto; occupata, significa la causa di questa privazione. Non c’è la Sessio in atto, perché la Sede è occupata da un intruso.

12) E ciò è decisivamente confermato dal diritto ecclesiale DIVINAMENTE ISTITUITO: avendo Paolo VI, il 7 dicembre 1965. promulgato l’eresia, in nome di un’assemblea che avrebbe dovuto essere, ex se [per la sua stessa costituzione], il Magistero ordinario universale della Chiesa, e che quindi avrebbe dovuto essere infallibile.

13) L’Abbé de Nantes è, a parole, il più tumultuoso. Ma come prenderlo sul serio? A delle persone che gli facevano osservare che le sue pertinenti e brillanti critiche di W-Ratzinger imperavano logicamente da parte sua il rifiuto di W. in quanto Vicario di Gesù Cristo in atto, l’Abbé rispose: “Non ho il coraggio di fare il passo”. La disfatta è il risultato di molteplici capitolazioni. Criticare W. e disobbedirgli, riconoscendo che è l’Autorità, significa servire NEL MODO MIGLIORE l’interesse di W. È ciò che fa l’Abbé de Nantes ESATTAMENTE COME Mons. Lefebvre.

14) Con una tal “rimostranza”, questi vescovi wojtyliani:

– 1) avrebbero esercitato l’autentica Missio;

– 2) si sarebbero dissociati da W.;

– 3) avrebbero ritrovato formaliter la loro partecipazione all’autentica Sessio;

– 4) sarebbero divenuti ipso facto Vescovi della Chiesa in stato di privazione;

– 5) avrebbero costituito, in seno alla Chiesa in stato di privazione, l’ammorsatura della Sessio.

15) Si può caritatevolmente sperare che questi Vescovi, che riconoscono W. come se fosse l’Autorità, fanno parte della Chiesa; ma è impossibile di averne la certezza [cf. nota 5]. Ora, non possono svolgere un ruolo nella Chiesa che le persone di cui è certo che fanno parte della Chiesa.

16) “Quia non erit impossibile apud Deum omne verbum” (Luca I, 37).

17) Questa è la causa, vera e radicale, delle scissioni che hanno periodicamente scosso Ecône.

18) “La Fede dunque dalla predicazione, la predicazione dalla parola di Cristo” (Romani X, 17). E: “la predicazione viene dalla Missione” (Romani X, 15).

19) Sta per succedere… alla chiesa wojtyliana. In essa le “consacrazioni episcopali” sono ancora valide? Si può dubitarne molto seriamente. E quindi, a causa del tuziorismo richiesto, bisogna rispondere: no. In queste condizioni, il residuo vestigio di Sessio che potrebbe ancora sussistere nella persona di W., non può essere comunicato. Tra poco, in tutta oggettività, i funzionari della chiesa ufficiale non potranno essere chiamati “Vescovi” che col favore di una tale equivocità. Vi avete riflettuto, Padre de Blignières ed altri, che denigrate e rifiutate i Vescovi della linea Thuc? Prima di due decenni saranno, sulla terra, i soli ad essere Vescovi! a meno, evidentemente, che Mons. L. si decida infine a consacrarne… senza impegnarsi a riconoscere W. come se fosse l’“Autorità”.

20) “Allora, Gesù gli [= i dieci, dato che Tommaso era assente (Giovanni XX, 24)] disse di nuovo “La pace sia con voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. (Giovanni XX, 21).

21) W.; incontro con la gioventù musulmana nello stadio di Casablanca (90.000 giovani) lunedì 19.03.85 – ore 19,30: “Cristiani e musulmani, abbiamo molte cose in comune, come credenti e come uomini… Crediamo allo stesso Dio, il Dio unico, il Dio vivente, il Dio che crea i mondi e porta le sue creature alla loro perfezione”. (Documentation Catholique 06.10.85 n°17 pag. 942, b).

22) La ragione è che la Missio è di origine trascendente [cf. nota 20]. È per natura che porta, immanente a se stessa, il sigillo dell’Eternità, e che sussiste in conseguenza in ogni istante della temporalità.

23) Non bisogna, né giudicare W. [“io non giudico nessuno” (Giovanni VIII, 15)], né riconoscere, neppure apparentemente, ricorrendo a lui, la sua “sessio” fraudolenta.

24) Senza Vescovi, rispettivamente solidari con ogni generazione, e pertanto che si rinnovano, non possono sussistere né la Missio, né la Fede, né l’Oblatio. È la ben triste storia della “petite église”.

25) “Diminutae sunt veritates a filiis hominum” (Salmo XI, 2).

26) “Perché chi fa il male odia la Luce e non si accosta alla Luce affinché le sue opere non siano giudicate” (Giovanni III, 20). Quanti si preoccupano soprattutto della loro sicurezza, si rendono per il fatto stesso incapaci di considerare la Verità. “Chi ama la propria vita la perde…”(Giovanni XII, 25). Quelli che amano soprattutto la loro sicurezza, perdono il gusto stesso della Verità.

27) È opportuno ricordare che una tale Consacrazione: in primo luogo, sarebbe valida, poiché in virtù del Diritto Canonico [“ritoccato”, del 1917], Mons. L. è Vescovo, benché sia stato ordinato e consacrato dal massone Liénard; secondariamente, sarebbe LECITA [benché illegale], poiché i canoni 953 ecc, come tutte le leggi puramente ecclesiastiche, non hanno forza esecutoria che mediante il Papa regnante; ora, ai tempi di W., non c’è e non ci può essere un Papa regnante.

I Vescovi consacrati in queste condizioni (vale a dire senza “mandato romano”), devono evidentemente sottomettersi anticipatamente al giudizio del Papa, se, durante la loro vita, Dio da un Papa alla Chiesa.

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